Tra vecchio e nuovo
Sono anni ormai che si parla di quanto la scuola abbia bisogno di adeguarsi alle sempre nuove richieste della società. Programmi troppo obsoleti e obiettivi legati al valore numerico non bastano più. La realtà con cui gli insegnanti si confrontano ogni giorno è ben più articolata e a volte troppo complessa per essere intabellata in schemi già preconfezionati.
Non voglio dire che nella “vecchia scuola” fosse tutto sbagliato, anzi sono dell’opinione che alcuni ammodernamenti abbiano peggiorato la qualità degli apprendimenti. Va però considerato che le classi sono oramai molto eterogenee per estrazione sociale, etnia e competenze cognitive. La zia di mio marito, maestra elementare, mi avrebbe ricordato che anche 40 anni fa le cose non erano poi molto diverse. La differenza sta nel fatto che oggi qualsiasi disturbo viene certificato e ha bisogno di un trattamento specifico; laddove non esiste un disturbo conclamato bisogna considerare la presenza di fragilità legate al contesto famigliare e così via. Ne consegue che in ogni classe almeno un terzo degli alunni necessita di attenzioni particolari.
Non fraintendetemi, è giusto che sia così, ma spesso gli insegnanti non sono preparati ad affrontare questa molteplicità di punti di vista e ne derivano due situazioni tipo:
- abbassamento del livello generale per far sì che tutti gli alunni raggiungano gli obiettivi minimi
- rispetto dei programmi e degli obiettivi a discapito di chi non riesce a seguire con lo stesso ritmo
La terza opzione, quella migliore ma più rara da trovare, è quella in cui si differenzia per ogni alunno con difficoltà. Mi sembra di sentire già molte insegnanti urlare che questo già si fa, che esistono i PDP e i PEI. Permettetemi però di dissentire: esistono, è vero, ma spesso solo sulla carta. Chi svolge ruoli educativi e affianca insegnanti di sostegno all’interno delle classi lo sa molto bene: tra il dire e il fare esiste un mare di non fatto, di non fatto bene e soprattutto, quello che più mi fa arrabbiare, di “non tocca a me”.
Ci aspettano molti altri giorni di soggiorno forzato in casa prima che la situazione ci permetta di ritornare alla “normalità”, e spero che tanti insegnanti si stiano adoperando per migliorare. Non parlo solo dell’utilizzo di metodi di insegnamento a distanza, ma anche e soprattutto della seria ricerca delle modalità adeguate a rispondere alle esigenze degli alunni più fragili. Sono loro che in questo momento, dietro ad uno schermo, faranno ancora più fatica a comprendere, memorizzare, interiorizzare, spesso senza nessuno accanto in grado di supportarli.
Non basta inviare schede da completare o appunti scritti grossolanamente. Occorre chiedersi se chi abbiamo di fronte sarà in grado di capire, se necessiterebbe di una spiegazione più semplice o magari di una mappa riassuntiva per supportare lo studio. Vedete, la verità è che insegnare è un po come accompagnare per mano qualcuno che muove i primi passi. All’inizio non si può certo correre e anche quando il passo sembra più sicuro bisogna che le scarpe siano adatte alla corsa, poi che il fisico sia nutrito adeguatamente, e così via. Perchè non si smette mai veramente di tenere quella mano…
Servono solo buona volonta e tempo: e di quest’ultimo, ora ne abbiamo davvero in abbondanza.